Convegno sull’agricoltura contro il caporalato

Martedì 23 febbraio, tra le ore 9:00 e le ore 13:00, si è svolto a Roma, nella prestigiosa sede di Palazzo Chigi e più esattamente nella sua Sala Polifunzionale, il forum dal titolo “Attiviamo Lavoro; le potenzialità del lavoro in somministrazione per il settore dell’agricoltura”. L’evento è stato organizzato dall’ente “The European House Ambrosetti” su richiesta di Assosomm (Associazione Italiana delle Agenzie per il Lavoro) nella persona del suo presidente Rosario Rasizza.

L’argomento su cui si è svolto l’incontro è stato l’agricoltura nel nostro Paese. L’agricoltura è da sempre un settore trainante non solo in Italia ma in tutto il mondo; dati alla mano si può verificare come negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, un numero sempre maggiore di giovani con meno di 35 anni di età stia decidendo di tornare ad operare in questo ambito, complice la profonda crisi che sta investendo invece tutte le altre attività produttive e la grande carenza di lavoro complessiva. Nel 2015 c’è stato ben il 35% in più di occupati nel settore agricolo, e questo trend, che sembra in crescita, ha fatto capire come l’agricoltura debba tornare ad essere prioritaria nel decidere le strategie nazionali in materia di mercato del lavoro. L’agricoltura infatti da lavoro a moltissime persone, che possono essere impiegate per svolgere i servizi più disparati. C’è bisogno di chi lavora operativamente, raccogliendo i prodotti nei campi, di chi è in grado di guidare e manovrare i mezzi, ma anche di agronomi e altre figure specializzate. Il rovescio della medaglia più grave che il grande spettro di possibilità lavorative offerte dall’agricoltura presenta è l’ampio ricorso che si fa al cosiddetto “caporalato”, vera e propria piaga di cui si è molto parlato durante “Attiviamo lavoro”. Durante l’incontro infatti sono stati presentati i dati in materia raccolti dai Flai Cgil (Federazione Lavoratori Agroindustria) relativi all’anno 2015 e rielaborati da The European House Ambrosetti. Ben 400 mila lavoratori, per lo più stranieri ed immigrati (anche clandestini) vengono tenuti a lavorare nei campi alla raccolta per un monte ore quotidiano che va da un minimo di 25 ad un massimo di 30, con una paga che è di 2,50 euro all’ora. Il caporalato è una forma di sfruttamento feroce della manodopera agricola, e oltre a rappresentare una gravissima violazione al rispetto dei diritti basilari dei lavoratori rappresenta anche una notevole perdita per le casse dello Stato: si parla di 600 milioni di euro all’anno. Ad aggravare le condizioni dei lavoranti tenuti in regime di caporalato si deve ricordare che nella loro paga viene decurtato il costo del trasporto nei campi e delle spese mediche, spesso necessarie e molto onerose. Ben il 74% delle persone che si adattano a questi massacranti turni di lavoro, infatti, finisce per ammalarsi, o comunque per versare in condizioni di salute molto precarie. Questo è causato non solo dagli orari protratti trascorsi nei campi, sotto il sole o al gelo, ma anche dalla precarie condizioni igieniche in cui di solito i braccianti vengono tenuti a vivere. Infine, spesso gli ammalati non si rivolgono ai medici, finendo per cronicizzare malattie altrimenti facilmente curabili. Si calcola che almeno dieci persone ogni anno trovino la morte come conseguenza agli stenti e ai patimenti. Maurizio Martina, Ministro alle Politiche Agricole e presente al convegno, ha recepito questi dati annunciando che al Governo si sta già discutendo un disegno di legge volto a combattere il caporalato, e in generale a dare una nuova regolamentazione al settore agricolo. Le misure previste contro chi applica caporalato dovranno essere rigorose, affinché il settore agricolo riacquisti la sua trasparenza e possa tornare ad essere trainante per l’economia italiana.