La disoccupazione giovanile e il mercato del lavoro

Una delle piaghe più dolorose che ogni Paese debba sopportare, quando si parla di mercato del lavoro, è quella della disoccupazione giovanile, realtà purtroppo molto presente e ben nota in Italia. La disoccupazione giovanile è solo una parte della disoccupazione totale, perchè riguarda nello specifico persone di età compresa tra i 15 e i 24 anni che non solo non lavorano, ma nemmeno studiano, né stanno seguendo dei percorsi di formazione o di inserimento professionale.

Oggi il tasso di disoccupazione giovanile è davvero allarmante: si parla di una percentuale del 37,9 a dicembre 2015. A cosa si deve addebitare questa situazione, come vi si può porre rimedio, e qual è il panorama generale dell’Europa? Per rispondere a questi quesiti, per prima cosa è bene tracciare il quadro complessivo europeo. Infatti, confrontando i tassi di disoccupazione dei vari Paesi che fanno parte della cosiddetta “Eurozona”, si può notare come non tutti siano così negativi come in Italia. La Germania presenta un valore che oscilla tra il 5 e il 7%; viceversa Spagna e Grecia si assestano intorno al 46-49%. Considerando che il tasso medio è del 22%, si capisce come l’Italia sia fra le nazioni fanalino di cosa. Se poi si va ad analizzare l’andamento dei tassi di disoccupazione nel tempo, si nota come la situazione nazionale sia mutata a partire dal 2007, ovvero dall’anno in cui la grande crisi economica si è abbattuta s gran parte dell’occidente. È anche vero però che in precedenza non è che la situazione fosse poi così florida: se nel 2015 la percentuale di disoccupazione, come già detto, è stata del 37,9%, nel 2007 era del 14,9%, quando nel resto d’Europa era di gran lunga inferiore. Insomma, quello che appare è che la disoccupazione giovanile sia un problema se non esclusivamente italiano, di certo prettamente nostrano. Quali ne sono i motivi? Essi sono molteplici, e non difficilmente rintracciabili. Ad esempio, si potrebbe parlare del cattivo funzionamento del sistema scolastico, che oltre a non dare un’istruzione sufficiente e ad istigare all’abbandono è anche mal collegata con il mondo del lavoro e dell’impresa. Un ragazzo che abbia studiato fatica in seguito a trovare il suo posto nella società civile, perché non vi è stato preparato e perché non c’è nessuno che lo aiuti concretamente a farlo. Non si deve trascurare poi la presenza della criminalità organizzata, che in alcune zone d’Italia, in particolar modo, ha una forte influenza sui tassi di occupazione; e infine la mancanza di una vera mentalità imprenditoriale, che ha sempre faticato ad attecchire nel nostro Paese. Fin qui i dati negativi: ma quindi non resta altro da fare che rassegnarsi alla situazione, o c’è qualcosa che è possibile fare per invertire questa tendenza? La risposta è sì, come dimostrano i risultati di alcune riforme che sono già state messe in atto in diverse nazioni. Dall’inizio alla fine del 2015 ci sono già stati dei netti segnali di cambiamento: soprattutto in Grecia, Spagna e Italia i dati hanno cominciato lentamente, ma decisamente, a migliorare. Questo è merito soprattutto di nuove politiche in merito al mercato del lavoro, l’unico modo per poter davvero creare nuova occupazione invece di trovare solo soluzioni effimere e temporanee. Solo le riforme, riforme fatte con coscienza e calibrate sulle vere necessità del Paese, possono dare una nuova speranza a tutti quei giovani che vorrebbero restare in Italia ma si vedono costretti ad emigrare all’estero dove possono avere un numero maggiore di possibilità. Dunque quello che si auspica è che la strada intrapresa nel 2015 continui ad essere seguita anche nel 2016, in modo tale da dare un segnale positivo e di continuità.