Giornata mondiale contro il lavoro minorile 12 giugno 2016

C’è una realtà che in molti penserebbero ormai superata nei Paesi occidentali più evoluti come l’Italia e relegata solo ai cosiddetti Paesi “del terzo mondo”, dove le necessità economiche e legate alla sopravvivenza sono più stringenti, ed è il lavoro minorile. In realtà stupisce scoprire come invece il lavoro minorile sia ampiamente diffuso un po’ ovunque sul globo terrestre, Italia non esclusa.

Ad occuparsi di questa triste piaga sociale è l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO-International Labour Organization), che oltre a raccogliere i dati per meglio monitorare l’andamento della situazione ha anche deciso di istituire una giornata mondiale contro il lavoro minorile. La prima edizione risale al 2002, anche se è dal 1992 che la ILO ha stilato e porta avanti l’IPEC (International Programme on the Elimination of Child Labour), impegnandosi a mettere in atto tutte le azioni necessarie e possibili per ridurre sempre più, e un giorno eliminare, questa realtà che opprime un gran numero di bambini in tutto il mondo. La Giornata Mondiale, che nel 2016 si è svolta il 12 giugno, serve soprattutto a sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di un problema che, come si diceva, in molti credono praticamente debellato, o comunque relegato solo a poche situazioni marginali, e che invece presenta aspetti assai più drammatici di quanto non si creda comunemente. Secondo gli ultimi dati raccolti, il fenomeno del lavoro minorile è in calo ma sempre presente. Nel 2000 i minori costretti a lavorare erano 246 milioni, oggi sono 168 milioni, 85 dei quali svolgono anche impieghi pericolosi per la loro incolumità, tanto da costare la vita, o la salute, o da provocare incidenti anche gravi. 115 milioni sono i bambini di età compresa tra 5 e 17 anni che sono costretti a lavorare in miniera, o a svolgere altri lavori non adatti alla loro giovane età. Ben 22 mila sono quelli che ogni anno perdono la vita; non si conosce invece la cifra di quelli che restano menomati, o si ammalano gravemente. I Paesi dove il fenomeno si concentra maggiormente sono Asia e Africa sub-sahariana, ma anche l’Italia non è immune. Sempre secondo le stime ILO, nel nostro Paese sono 340 mila i minorenni che lavorano; 28 mila di loro svolgono impieghi pericolosi. Nella maggior parte dei casi, poco meno della metà, i bambini vengono fatti lavorare in imprese di famiglia, spesso nell’ambito della ristorazione, o dell’artigianato. Molti di loro ancora sono costretti a fare gli agricoltori. Il momento della vita di un ragazzo che appare più drammatico in termini di dispersione scolastica è rappresentato dal passaggio tra la scuola media a quella superiore, quando molti abbandonano i banchi e spesso finiscono per andare a lavorare per aiutare le loro famiglie. Ovviamente questo fenomeno di verifica sempre in situazioni di degrado e di povertà, per quel che concerne i bambini italiani. Bisogna poi considerare quelli che entrano nel nostro Paese in modo illegale appositamente per essere sfruttati. La legge si schiera decisamente contro il lavoro minorile: la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (Art. 32) condanna il lavoro minorile come dannoso per lo sviluppo dei bambini, e la direttiva Europea 94/33 ha fissato alcuni principi base imprescindibili. Ciononostante porre realmente freno a questo fenomeno appare molto difficile, se non impossibile, perché spesso si tratta di una realtà sotterranea e invisibile a cui può rimediare solo una politica davvero efficace volta a garantire uguaglianza di diritti all’infanzia in ogni parte del globo e in qualunque condizione.