Il bilancio dopo due anni di Jobs Act

Le politiche del lavoro in Italia non sono mai facili da affrontare, vista la crisi che attanaglia il Paese ormai da alcuni anni e che non sembra voler allentare la sua morsa. Circa due anni fa il Governo guidato da Matteo Renzi ha inaugurato una riforma che ha preso il nome di Jobs Act, spesso criticata, alcuni dei cui punti chiavi vengono ora rimessi in discussione da una proposta referendaria.

Vediamo nel complesso quali sono i risultati portati dal Jobs Act sotto diversi aspetti. Dando un primo sguardo complessivo sembrerebbe di poter parlare di un bilancio positivo: all’inizio del 2015 il tasso di occupazione era al 55,9%; quello dei disoccupati al 12,3%. Queste percentuali oggi sono rispettivamente salita al 57,3% e scesa all'11,9%. Verrebbe da dire dunque che la riforma del lavoro è stata un successo, ma la realtà delle cose può emergere solo da un’analisi più dettagliata dei dati, che dimostrano come la realtà lavorativa del Paese sia ancora ben lungi dall’essere rosea. Cominciamo con l’analizzare l’aspetto relativo agli sgravi fiscali concessi alle imprese che assumono lavoratori stabili. I dati dicono che questa misura ha avuto successo: tra il 2015 e il 2016 c’è stato un aumento dei lavoratori dipendenti, che da 14,5 milioni sono saliti a 14,9 milioni. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che di queste nuove assunzioni solo pochissime possono dirsi davvero “nuove”, e che soprattutto l’impennata di assunzioni si è già bloccata con il venir meno dei vantaggi economici derivanti. Da quando è stato introdotto il Jobs Act è cresciuto il numero dei licenziamenti, insieme a quello delle assunzioni, a seguito del depotenziamento delle tutele previste nel tanto discusso articolo 18. Anche l’introduzione delle dimissioni on line può aver contribuito a questo dato: si parla di un 9% in più di licenziamenti. I lavoratori che hanno tratto maggior giovamento dal Jobs Act sono stati quelli con più di cinquanta anni di età, che da gennaio 2015 a novembre 2016 sono aumentati di 690 mila unità (anche per effetto dell’aumento dell’età pensionabile seguita alla legge Fornero). Meno bene sono invece andate le cose per i più giovani, ovvero per i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 24 anni, tra i quali le assunzioni sono cresciute ma solo in modo marginale. Peraltro negli ultimi mesi già i numeri hanno ricominciato a decrescere, lo steso dicasi per i giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Il dato davvero sorprendente riguarda l’aumento delle persone attive nella ricerca di un lavoro: il numero degli inattivi è diminuito di circa 600 mila unità. Quello che si teme però è che questi nuovi volenterosi in cerca di occupazione presto si trasformino in disoccupati. Capitolo a parte meritano i voucher, una forma di pagamento accessorio che era nata per contrastare il nero e che invece ha finito per fomentarlo. L’uso dei voucher è cresciuto in modo sensibile: nel 2014 ne sono stati usati solo 54 milioni, nel 2016 ben 121 milioni. In conclusione, il Jobs Act non ha dato risultati univoci e adesso molto dipende da quello che verrà deciso in sede referendaria. I quesiti che la CGIL ha proposto riguardano l’articolo 18, i voucher e gli appalti, ma la Corte Costituzionale ha respinto il primo. Questo dovrebbe essere un dato positivo, in quanto le banche d’affari vedevano molto negativamente un eventuale ritorno indietro, poiché in base alla loro opinione è stata proprio l’abolizione di questo articolo a dare una netta spinta alla creazione di nuovi posti di lavoro.