Il lavoro in Italia nel 2016

Anche se è ancora presto per avere i dati ufficiali su tutti i 12 mesi dell’anno, è già possibile fare un bilancio di massima della situazione dell’Italia dal punto di vista lavorativo così come si è sviluppata nel corso dell’anno appena passato. Si sentono molto spesso fare proclami in un senso e nell’altro. C’è chi si dice entusiasta per la ripresa dell’occupazione chi invece denuncia una situazione ben meno rosea.

Vediamo come stanno davvero le cose. Considerando i dati raccolti fino al mese di ottobre 2016, si può constatare che le nuove assunzioni finalizzate alla stipula di un contratto a tempo indeterminato nel nostro Paese sono state circa il 5,7% in meno rispetto al 2015, e ben oltre il 30% in meno rispetto al 2014. Le assunzioni con contratti a tempo determinato sono invece aumentate, e il tipo di rapporto lavorativo che è apparso crescere a dismisura è quello regolato dai voucher INPS: +32% rispetto al 2015 e +121% rispetto al 2014. I dati che parlano più chiaramente, però, sono quelli relativi a chi non lavora. Ufficialmente in Italia le persone disoccupate, ovvero che non hanno un lavoro ma lo cercano, sono 3 milioni. Ma a questa cifra, già di per sé non consolante, si devono aggiungere anche i cosiddetti “sfiduciati”, vale a dire quelli che un lavoro non ce l’hanno ma nemmeno lo cercano più, convinti come sono che tanto non lo troverebbero. Gli sfiduciati sono a loro volta più di tre milioni, circa il 13% della popolazione attiva. La media europea è solo del 4%. Questo significa che nel nostro Paese ci sono oltre 6 milioni di persone che potrebbero e vorrebbero lavorare, ma che non riescono a trovare un impiego e hanno persino perso la speranza di trovarlo. Questi numeri sono riportati nel documento “Employment and social developments in Europe – Esde”, ma ce n’è anche un altro che offre un’altra prospettiva ugualmente inquietante. Si tratta del dossier “Poveri noi - esclusione sociale e welfare in Italia tra 2005 e 2015” di Openpolis, che ci racconta un’Italia che non viene affatto considerata nei dibattiti politici ma che esiste e sta diventando sempre più significativa. Si tratta delle persone che vivono al di sotto dei limiti della povertà, o ai margini di essa, famiglie che stentano ad arrivare a fine mese, a pagare le bollette, a fare la spesa. 4,6 milioni di persone, ovvero il 7,6% della popolazione totale, nel 2015 si trovava in condizioni di povertà assoluta. Rispetto al 2005 c’è stata una crescita di oltre il 140%. Poi ci sono coloro che vivono in povertà relativa: sommandoli ai primi in tutto si parla di ben 8,3 milioni di poveri. Inoltre, la povertà sta dilagando in Europa: l’Italia si trova dietro solo a Spagna, Grecia e Cipro. Ma nel dibattito pubblico queste cifre e queste realtà ai margini non vengono mai menzionate. Alle difficoltà relative alla possibilità di trovare un nuovo lavoro si aggiungono quelle legate alla chiusura di molte attività e ai licenziamenti sempre più massicci cui si sta assistendo in Italia: la vicenda più recente è quella di Almaviva, ma molti tagli sono stati annunciati anche nel settore bancario. Tutto questo si traduce in un forte disagio sociale che la politica è chiamata a risolvere. Ma la via non può passare attraverso riforme di facciata: è necessaria un’intera revisione del sistema fin dalle sue basi, se non si vuole correre il rischio che la situazione giunga ad un punto di non ritorno.