Il lavoro rende liberi

Nelle prime settimane del febbraio 2017 la cronaca italiana è stata sconvolta da un episodio che ha suscitato un intenso dibattito ancora ben lungi dal placarsi. Si tratta del suicidio di un giovane grafico di trent’anni, Michele, il quale, a spiegazione del suo gesto, ha lasciato una lettera di addio che i suoi genitori hanno deciso di rendere pubblica.

Secondo loro infatti la morte di Michele è stata un grido, e come tale non può restare inascoltato da chi lo ha suscitato. La lettera del giovane è infatti un preciso e adamantino atto d’accusa verso lo Stato, uno Stato colpevole di aver tolto ai giovani dignità e speranza del futuro insieme alla possibilità di trovare un lavoro. Michele si rivolge direttamente al Ministro Poletti, e dice che ha deciso di trovare la sua libertà, libertà che si era sentito negare da un’esistenza perennemente in bilico sul precariato, nella morte. I commenti circa le parole contenute nella lettera, più che sul gesto in sé di un giovane disperato, sono stati molteplici, sia in un verso che nell’altro. In molti, esattamente come fa Michele, hanno colpevolizzato lo Stato, reo di aver reso impossibile ai giovani lo svolgimento di una vita lavorativa normale a seguito della crisi economica, e di conseguenza anche solo il concepimento di un futuro di crescita. C’è però un aspetto che forse nessuno ha indagato fino in fondo, ed è l’idea di “lavoro” che emerge dalle parole di Michele. È evidente infatti, non solo dal suo gesto, ma anche dai tanti altri suicidi che purtroppo negli ultimi anni si sono susseguiti in Italia o da parte di giovani disoccupati, o di imprenditori incapaci di pagare i propri debiti, che ormai noi viviamo un’idea distorta di lavoro. Questa idea richiama tragicamente e in modo sinistro quella scritta che campeggiava sul cancello del campo di concentramento di Auschwitz “Il lavoro rende liberi”. Non solo la frase stessa era, in quel caso, derisoria, giacché chi entrava in quei campi perdeva libertà e dignità, e molto spesso anche la vita, ma ha finito per penetrare le nostre coscienze distorcendosi fino a che, di fatto, oggi per noi lavoro è sinonimo di libertà. È evidente infatti che i ragazzi che si affacciano sul mondo del lavoro, o le masse di disoccupati che continuano a cercarne uno affannosamente, identificano il possedere un impiego con un riconoscimento sociale. Quando ho un’occupazione sono qualcuno, rivesto un ruolo all’interno della mia società, ho dignità agli occhi degli altri e mi sento infine realizzato. La disattesa dell’aspettativa di tutto questo può causare una delusione cocente, e soprattutto uno scollamento tra ciò che sento e ciò che è. In una parola, la realtà diventa insopportabile, non viene accettata perché non ci si sente accettati da essa, e quindi l’unica soluzione diventa il suicidio. Di certo viviamo in una società dove le aspettative sono molto elevate. Nella sua lettera Michele dice di non poter accontentarsi del minimo, quando lui voleva raggiungere il massimo. Ma ogni percorso deve necessariamente passare dal minimo al massimo, poiché il mondo che ci troviamo tra le mani non è mai come lo avremmo voluto. Il lavoro è importante, perché senza non si è nessuno e non si ha la possibilità di sopravvivere se non, come spesso accade, facendolo grazie alla pensione dei genitori anziani. Ma con questo non dobbiamo illuderci di poter trovare in esso la nostra libertà: la libertà è altrove e solo se riusciremo a recuperarla fermeremo anche questa assurda spirale di morte.