Le nuove competenze per il lavoro del futuro

Il mondo del lavoro sta cambiando: ma lo fa in meglio o in peggio? Questa è una domanda che ci si pone spesso davanti ad un’oggettività che è ormai sotto gli occhi di tutti, e sono le progressive digitalizzazione ed automazione dei processi produttivi. Gran parte delle attività del mondo contemporaneo è ormai legata ai computer ed ai sistemi robotizzati, e una delle preoccupazioni più ricorrenti dei lavoratori, che a volte sfocia in visioni apocalittiche, è la domanda se non arriverà un giorno in cui le macchine possano soppiantare del tutto gli esseri umani.

In definitiva, c’è bisogno di riflettere con attenzione sui cambiamenti che sono in atto, per cercare di capire cosa è necessario fare affinché il sistema possa crescere in modo armonico, e affinché la digitalizzazione diventi un’opportunità, una risorsa e non si traduca nel rischio di nuova disoccupazione. Al World Economic Forum di Davos, che si è svolto tra il 17 e il 20 gennaio 2017 in Svizzera, Accenture Strategy, che è un’agenzia di consulenza che opera a livello internazionale, ha presentato uno studio dal titolo “Harnessing: Revolution: Creating the Future Workforce”, che si potrebbe tradurre più o meno in questo modo: “Controllo e rivoluzione: come create la forza lavoro del futuro”. Tutto lo studio dunque verte su questo concetto, quello di “workforce”, forza lavoro, per cercare di capire in che modo esso debba essere rimodellato e plasmato affinché possa sopravvivere ad un futuro sempre più tecnologico. Per fare delle ipotesi verosimili si è considerato un campione di oltre 10 mila lavoratori di diversi Paesi del mondo, tra i quali è inclusa anche l’Italia. Ciò che è emerso con maggior chiarezza è che per essere competitivi nel nuovo mondo del lavoro è necessario ricalibrare le proprie competenze, le proprie capacità, quelle che con un termine inglese vengono indicate come “skills”. Quello che però appare curioso è che le skills richieste non sono solo, e non tanto, in ambito informatico. Ciò che appare necessario dunque non è la conoscenza dei sistemi informatici con i quali si viene chiamati a collaborare, per quanto questa rappresenti di certo un requisito di base imprescindibile. Ciò che invece si chiede maggiormente è lo sviluppo delle prerogative che sono prettamente umane: in una parola, quelle che mancano alle macchine e che solo un essere umano può apportare anche in ambito lavorativo. Si parla quindi di creatività, di intelligenza emotiva, di analisi critica e leadership. D’altro canto, dalle statistiche riportate nello studio sembra che le persone, tutto sommato, non abbiano paura della robotizzazione, e che anzi percepiscano il rapporto con le macchine e le intelligenze artificiali in modo positivo. Oltre l’80% del campione considerato crede che il suo lavoro può essere reso migliore dall’intervento del digitale, pensa che la digitalizzazione offra più opportunità che ostacoli, e crede che in definitiva questo processo possa aiutare i lavoratori a sviluppare nuove competenze e ad essere più efficienti. Il dato più interessante per noi italiani è che i lavoratori del nostro Paese sembrano essere quelli che hanno già di base le migliori opportunità di interagire in modo efficace con il mondo digitale. Anche da noi c’è una visione positiva nell’interazione uomo – macchina ,e soprattutto c’è una grande inventiva di base che costituisce la “skill” più importante. Insomma, non sembrerebbe esserci rischio di essere soppiantati dalle macchine, a patto che l’uomo metta in funzione la capacità evolutiva che gli ha sempre consentito di sopravvivere fin qui: quella dell’adattamento alle nuove condizioni.