L’Italia e la necessità di una normativa contro il mobbing

Anche in Italia negli ultimi anni è entrato in termine un uso anglosassone, “mobbing”. Con questa parole si indicano vari tipi di soprusi e angherie che una persona può subire sul proprio posto di lavoro, o da parte dei suoi superiori o semplicemente dei suoi colleghi, tanto da spingerlo a volte alle estreme conseguenze, ovvero a licenziarsi. Il mobbing è un fenomeno ormai conclamato e anche nel nostro Paese sta diventando sempre più presente, come dimostrano i dati.

Secondo l’Osservatorio Nazionale Mobbing, negli ultimi mesi (in particolar modo dall’entrata in vigore del Jobs Act, la riforma del lavoro voluta dal governo di Matteo Renzi) i casi di mobbing sono aumentati del 20%; ma questa non è che la punta dell’iceberg. Siccome questo fenomeno non è ancora stato compreso fino in fondo, solo pochissimi casi vengono denunciati in modo ufficiale, oppure segnalati. La maggior parte dei lavoratori preferisce subire senza però portare alla luce la sua situazione e senza far sapere nulla delle vessazioni subite. L’aspetto più preoccupante riguarda le donne e la maternità: a moltissime neo mamme viene infatti imposto di lasciare il proprio posto di lavoro, e ancora oggi succede che una donna possa essere licenziata perché è rimasta incinta. I fenomeni di mobbing nei confronti di soggetti di sesso femminile sono aumentati del 30% negli ultimi cinque anni in Italia; a farne le spese sono donne di età compresa tra i 25 e i 35 anni. Dal 2013 ben 800 mila lavoratrici si sono licenziate, la maggior parte delle quali in stato interessante. La percentuale di donne che hanno subito mobbing per motivi legati ad una loro eventuale gravidanza è equamente suddivisa in tutto lo stivale: il 18%dei casi infatti si è registrata al Nord-Ovest, il 20% nel Nord Est e il 21% al Sud. La restante quota è suddivisa tra regioni centrali e isole. Le città che spiccano, in negativo, per il mobbing contro le donne sono Milano, con 1800 casi in tre anni, seguita da Roma, Torino e Bologna. Il grado di istruzione conseguito dal soggetto non sembra essere determinante. Tra le donne costrette a licenziarsi il 50% aveva il diploma di maturità e il 42% era laureata. Nonostante questi dati a dir poco negativi, dal punto di vista delle Istituzioni non si è fatto ancora molto. A parte una sentenza dell’ottobre 2015 della Corte di Cassazione, che riconosce il mobbing come reato, non esistono ad oggi leggi specifiche contro questo crimine. Le conseguenze, sia a livello produttivo che sociali, sono devastanti. Una conseguenza del mobbing è infatti la depressione. Un lavoratore che cade in depressione rende molto meno sul posto di lavoro e comporta anche delle spese a carico del servizio sanitario nazionale. Lo stress da lavoro e stati depressivi derivano dal fatto che il mobbing è un comportamento che toglie al lavoratore la sua dignità, lo svilisce come persona, ancor prima che nel suo ruolo professionale, privandolo di ogni forma di umanità. Il fenomeno è dunque davvero preoccupante e sembra che nel nostro Paese si sia aggravato a seguito della legge Fornero, prima ancora che con il Jobs Act, in quanto le persone si sono abituate a sopportare qualunque tipo di angheria pur di ottenere o di conservare il proprio posto di lavoro. Va anche detto che non è semplice stilare una normativa univoca sul mobbing, in primis perché con questo termine si include una vasta casistica di possibili reati, e poi perché vi è poca chiarezza in merito. A volte, infatti, per legiferare contro il mobbing si finisce per far peggio:in Australia un tribunale ha accusato di mobbing un uomo che aveva soltanto cancellato un suo collega dalle amicizie su Facebook.