Essere gentili con i dipendenti li aiuta a produrre di più

Un tempo, le malattie professionali erano soprattutto quelle legate all’utilizzo di materiali potenzialmente tossici sul luogo di lavoro, o all’assunzione di posture scorrette legate al tipo di attività che si doveva svolgere per molte ore al giorno. Questo tipo di patologie esistono ancora, ma ad esse se ne sono affiancate altre che ancora non vengono considerate universalmente delle malattie professionali, ma che lo sono in tutto e per tutto, per quanto non legate a cause materiali e fisiologiche, quanto più a cause psicologiche.

In sostanza, si tratta di quei malesseri che si possono attribuire allo stress che si subisce sul posto di lavoro, specialmente se si ha un capo che maltratta i dipendenti, facendo loro notare solo gli errori e non elogiandoli mai quando invece svolgono bene un compito che era stato loro assegnato. Accade frequentemente, infatti, che si scambi la paura per rispetto, ovvero che si pensi che incutere timore nelle persone che dipendono da noi sia un modo per far sì che loro non si ribellino mai e che lavorino meglio. Alcuni manager sono convinti di questo, che dimostrarsi troppo malleabili o comprensivi sia controproducente, mentre imporre il pugno di ferro serva maggiormente a stimolare i sottoposti. Altri semplicemente non ritengono necessario essere gentili. Forse cambierebbero idea se sapessero come tutto questo sia profondamente sbagliato: e ci sono dei seri studi scientifici che lo dimostrano. La prima a sostenere l’ipotesi per cui avere un capo scontroso contribuisca non solo a diminuire la produttività degli impiegati, ma anche a farli ammalare, è Christine Porath, docente di business aziendale alla McDonough School of Business della Georgetown University, la quale ha espresso le conclusioni delle sue indagini speculative in un’intervista al New York Times. La professoressa, infatti, ha scoperto che i lavoratori che si trovano a vivere in un ambiente ostile tendono ad ammalarsi in una percentuale del 38% in più rispetto a colleghi che invece operano in un ambiente lavorativo sereno e collaborativo. Inoltre, il loro rendimento è a sua volta nettamente inferiore: gli studi condotti da un altro docente, Amir Rez, dell’Università della Florida, hanno infatti dimostrato che nei dipendenti frustrati si nota una minor capacità di reazione, e l’assenza di idee originali e creative. Tutti fattori di cui ogni buon capo dovrebbe tenere conto; anche se chi maltratta i suoi dipendenti spesso è sottoposto a sua volta a stress eccessivo, che quindi non fa altro che riversare sul prossimo. Si può dire comunque che nessuna di queste notizie rappresenta una novità: lo studio più eminente in merito allo scarso rendimento e alle patologie che si sviluppano a causa di un ambiente di lavoro non accogliente risale al 1994 ed è stato riassunto nel libro da curioso titolo “Why Zebras Don’t Get Ulcers” (ovvero, “Perché alle zebre non viene l’ulcera”) scritto dal professore di Stanford Robert M. Sapolsky. Sapolsky spiega come in natura non esistano le pressioni a cui invece gli esseri umani vengono sottoposti, e che malesseri come, appunto, le ulcere, ma anche più gravi, come disturbi cardiovascolari e tumori, si possono attribuire a ciò che definisce “stress intermittente”, stimoli negativi che agiscono anche a distanza di tempo dopo averli ricevuti. Quello che è cambiato è il livello di negatività che si registra sul lavoro: nel 1998 solo il 15% di persone parlava di atteggiamenti vessatori sul posto di lavoro, percentuale che oggi è triplicata. Le conseguenze si riscontrano a livello di sistema sanitario e produttività: due buoni motivi per riconsiderare il valore di un gesto di gentilezza, anche verso colleghi e dipendenti.