Le novità sull’utilizzo dei voucher

La piaga del lavoro nero è difficile da estirpare, in qualsiasi Paese e anche in Italia. Qualche anno fa così sono stati messi a punto degli strumenti, i cosiddetti voucher, che nelle intenzioni dovevano servire a dare una maggiore chiarezza e regolarità a tutti quei rapporti di lavoro che non erano regolamentati da un contratto e che era difficile inquadrare in qualunque forma di lavoro accessorio.

Sostanzialmente i voucher, che hanno il valore nominale di 10 euro l’uno, di cui 7,5 vengono retribuiti al lavoratore, possono essere acquistati dai datori di lavoro per pagare quelle prestazioni lavorative che hanno carattere saltuario. Qualcosa però in questo meccanismo non ha funzionato perché si è potuto verificare, dai dati raccolti, come molto probabilmente ci sia chi utilizza questo strumento per dare una parvenza di regolarità a rapporti subordinati senza dover necessariamente ricorrere ad una regolamentazione contrattuale, continuando di fatto a retribuire per la maggior parte il lavoratore in nero. Il governo, prima con la legge Fornero e poi con il Jobs Act, ha cercato così di dare una fisionomia più precisa ai voucher e al modo in cui possono essere erogati ed utilizzati, ma sono sempre rimasti in piedi numerosi dubbi e perplessità sollevati soprattutto dai sindacati dei lavoratori. Molti i fattori che fanno sospettare che anche l’anno scorso i voucher siano stati usati in modo improprio: pare infatti che circa uno su dieci di quelli venduti nel complesso sia stato usato per retribuire un lavoratore che in passato aveva già avuto dei rapporti regolari con il datore di lavoro. In tutto le persone che hanno beneficiato dei voucher come forma di pagamento nel 2015 sono stati 1,4 milioni di persone, per un valore pro capite, in media, di 633 euro annui. Si parla dunque di quasi 115milioni di voucher, il 66% in più dell'anno precedente; le zone in cui la crescita è stata maggiore sono stati il Sud della penisola (+76%) e le Isole (+85,2%). Se si calcolasse l’erogazione di un voucher come l’equivalente di un’ora di lavoro, la corrispondenza con i posti di lavoro a tempo pieno darebbe una cifra di 57 mila. Tutto questo dunque fa sorgere il fondato sospetto che i voucher siano usati semplicemente per dare una parvenza di regolarità a forme di collaborazione alle quali invece non si vuole dare una fisionomia più definita; contribuisce a questo sospetto anche conoscere quali sono i settori di impiego nei quali i voucher vengono maggiormente impiegati, ovvero il turismo, i servizi e il commercio. Alla luce di tutto questo il Governo ha deciso di porre ulteriori limitazioni all’utilizzo dei voucher, come annunciato dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti. In una nuova norma introdotta nel Jobs Act e che presto passerà al vaglio del Consiglio dei Ministri si dice infatti che i datori di lavoro che intendano servirsi dei voucher come mezzo di retribuzione dovranno comunicare in anticipo il nome e il codice fiscale del lavoratore a beneficio del quale vorranno adottarli, inoltre dovranno comunicare anche dove, in che modalità e per quanto tempo si svolgerà la prestazione di lavoro occasionale. Queste modifiche rispondono in parte ai suggerimenti avanzati dalla Cgil (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), che però, a fronte degli annunci fatti da Poletti, non si è comunque detta soddisfatta. Claudio Treves, rappresentante del sindacato, ha infatti affermato che in realtà sarebbe bene eliminare del tutto i voucher, strumenti impossibili da regolamentare come sarebbe necessario e molto pericolosi nella forma che hanno allo stato attuale.